Riporto l’articolo pubblicato su Doctor Wine di oggi 3
settembre a firma Daniele Cernilli
I moderni radical chic sono i natural chic,
che al marxismo leninismo hanno sostituito lo steinerismo,
la biodinamica e una supposta sensibilità per l’ecosostenibilità delle pratiche
agricole.
La locuzione radical chic fu coniata nel 1970 dallo
scrittore e giornalista statunitense Tom
Wolfe. La inventò raccontando di un party organizzato da una ricchissima
signora newyorkese, Felicia Montealegre, moglie del famoso compositore Leonard
Bernstein, per raccogliere i fondi a favore del movimento rivoluzionario delle
Pantere Nere.
Era un modo per sottolineare come dei rappresentanti dell’alta
borghesia, che doveva il proprio benessere al sistema economico neocapitalista,
di fatto cercavano di legittimarsi come fieri oppositori di quel mondo, senza
peraltro rinunciare a uno solo dei propri privilegi.
In Francia il termine
gauche caviar o gauche cachemere indica più o meno gli stessi atteggiamenti.
Con tutta modestia io proverei a suggerire un'altra
definizione di questi comportamenti, che ancora esistono nonostante i tempi
molto diversi, ma che si dirigono non più sulla politica e su temi attinenti a
progetti più o meno rivoluzionari.
Oggi i radical chic sono divenuti natural
chic, al marxismo leninismo si è sostituito lo steinerismo, la biodinamica e la
supposta sensibilità per l’ecosostenibilità delle pratiche agricole. Così fieri
intellettuali “di sinistra” decisamente benestanti e che devono il loro
benessere all’esercizio di lucrose professioni, mandano i loro figli nelle
scuole steineriane, sono grandi sostenitori della filosofia biodinamica e di
una visione New Age, e bevono e mangiano solo prodotti ispirati all’eco
compatibilità e talvolta si schierano su posizioni velatamente
antiscientifiche.
Nulla di male. Lo preciso subito così evitiamo equivoci.
Unica cosa: ma sapranno davvero cosa stanno facendo? Davvero
riescono a mantenere una coerenza intellettuale con i propri principi spesso
ispirati al materialismo storico? Oppure non si rendono conto che qui siamo
davanti a una delle solite “utopie del lusso” che dilagano nei paesi più ricchi
e fra le persone dalle possibilità economiche più ampie.
Qualche considerazione di fondo. Rudolph Steiner è stato un
pensatore spiritualista vissuto in Austria e Germania a cavallo fra la fine
dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Era uno degli appartenenti al
“cerchio magico” di Nietzsche, tanto che quando questi dette segni di follia,
la sorella Elizabeth chiamò proprio Steiner per mettere in ordine gli ultimi
scritti da lucido del fratello. E questo senza entrare nella questione molto
dibattuta sull’appartenenza o meno di Steiner alla Massoneria. Niente di più
lontano, perciò, da una visione del mondo “marxisteggiante” e per molti versi
addirittura opposta. Nulla di male, ripeto.
Alcuni dei principi della filosofia steineriana,
l’Antroposofia, e della Biodinamica, che ne deriva, possono essere
condivisibili e non fanno del male a nessuno. Di certo i risultati, anche sotto
il profilo delle quantità prodotte e dei costi di produzione che ne derivano,
fanno sì che l’idea che si tratti di qualcosa dedicato a chi se lo può
permettere non sia del tutto peregrina. E questo non ha ancora nulla a che fare
con la qualità dei prodotti - per quel che mi riguarda dei vini - che
scaturiscono da convinzioni del genere e dalle pratiche che ne derivano. Molti
dei quali, preciso, sono magnifici. Alcuni dei quali sono costosissimi, però,
se è vero, come è vero, che il vino più caro del mondo, il Romanée Conti, è
frutto di pratiche agricole biodinamiche. E così molti altri in mezzo mondo.
Caso estremo, certo, ma è ovvio che la serializzazione dei processi e
l’economia di scala che se ne trae, apparentemente non vanno troppo d’accordo
con questo tipo di visione delle cose.
E allora? Allora bisogna decidere cosa fare, nel concreto, e
non solo sulla base di principi natural chic, e di ideologie neopagane che
strizzano l’occhio alla New Age e al culto di Gaia. E che sono sostanzialmente
delle religioni, basate sul fideismo, e che vedono con malcelato sospetto la
ricerca scientifica e una visione razionalistica del mondo.
Il rischio, come
scrisse qualcuno in passato, è che mangi e beva bene solo chi può. E quelli
“che possono” sono spesso proprio questi natural chic che pontificano quasi
sempre dal pulpito dei divani dei loro esclusivi salotti.

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